narrativa e saggistica

biobibliografia
libri
recensioni
antologie e riviste
narrativa e saggistica
eventi e premi
multimedia
english section
contatti


saggistica · Il Segnale

Simonetta Longo, L'identità straniata poeta-popolo in Roberto Bertoldo, “Il Segnale”, anno XXXV, n. 105, ott. 2016. ISSN: 0393-9464. Articolo critico sulla silloge Il popolo che sono (2015) di R. Bertoldo. 


L'IDENTITÀ STRANIATA POETA-POPOLO IN ROBERTO BERTOLDO
(Roberto Bertoldo, Il popolo che sono, Mimesis, Milano 2015)


La silloge Il popolo che sono si apre con un «Io» poetante che dichiara fin da subito, con un efficace chiasmo, la sua funzione, «Io parlo poesie come i fabbri schegge/ e festuche i falegnami»: la funzione di “fabbro di parole” pone già in premessa, attraverso la similitudine, il poeta in posizione analoga a quella del fabbro tout court e del falegname. Il poeta ha per strumenti pagine «di idee» e «altri materiali» per forgiare il verso e conosce il male e la morte. Ma c’è di più, il poeta non vuole avere voce per sé stesso, poiché ha dentro di sé, nel suo corpo, il popolo, poiché è il popolo. «Ma io ho, dentro di me,/ il popolo che sono», con il verso in explicit della prima poesia, programmatico, a intitolare l’intera opera. Sul piano sintattico, la proposizione «Il popolo che sono» si presta ad un’analisi per cui il “popolo” (termine occorrente ben ventidue volte solo nella forma singolare a esplicitarne la centralità) è “oggetto” che diventa “soggetto” nell’identificazione con l’io poetante. E l’immedesimazione poeta-popolo è riaffermata nel passaggio dall’“io” al “noi” della seconda poesia, I distici della notte, in cui l’antagonista è la poesia della «parola venduta», la poesia decorativa dei «poeti puliti», acclamati «nababbi di apollo/ gentilizi dell’anima», contro cui, per sineddoche, «le nostre mani che hanno terra», e quindi il «noi» poeta-popolo, «gridano con gli ultimi tendini/ fino a troncare il colore pingue/ dei vostri aggettivi». Emerge dunque, di fronte e soprattutto contro l’io-noi di poeta-popolo, un antagonista, un nemico irriducibile, un «voi» in posizione dialettica, senza possibile sintesi. Questo «voi» antitetico, di testo in testo, nelle settantasei liriche che compongono il libro, in una successione senza soluzione di continuità (in assenza di sezioni distinte, frequenti sono i rimandi tra un componimento e il successivo), è la poesia del disimpegno postmoderna, la religione di «quel dio a cui consegniamo,/ come fiacchi servi, la direzione del nostro tramonto» (Filari di querce), il capitalismo e il potere politico che opprimono gli uomini, il nichilismo distruttivo contro cui Bertoldo oppone il Nullismo e una letteratura e un’arte che, attraverso l’impegno civile, possano filosoficamente giustificarsi affrancando l’uomo. (Cfr. R. Bertoldo, Nullismo e letteratura, 1998 e Principi di fenomenognomica con applicazione alla letteratura, 2003). L’andamento dialettico è evidente nell’opposizione semantica: io(poeta)-noi(popolo)/voi, poveri/ricchi, plebei/patrizi, servi/padroni, deboli/forti, fino all’antitesi poeta/padre, poeta/paese; e nell’opposizione concreta che necessita, secondo la lezione di Camus, la «rivolta», il «mi rivolto, dunque siamo».

Il popolo cui dà voce Bertoldo non è la romantica entità che comprende tutti gli individui di un Paese, è, come già per i greci Erodoto e Tucidide, la parte più numerosa di esso, quella esclusa dal potere, sfruttata, arresa e offesa («i più poveri», «i più vecchi», «le puttane», gli stessi umili cantati da Saba in Città vecchia). Un’umanità dolorante, resa cieca e servile dai potenti («Spesso i popoli sono di sabbia efferata» in I popoli) come dalla religione, bersagli contro cui il poeta-popolo usa la «sferza» delle parole in uno stile espressionistico che richiama il «pugno» e più ancora il «grido». L’andamento dei versi è spezzato e spietato, dal pathos esasperato, a dire la rabbia, La violenzaDite violenza di ogni parola vera/ perché non sapete che la morte è un agguato»), il male, il marciume, l’inferno in terra e la morte, attraverso un lessico che rimanda frequentemente da un lato alla guerra, «Io popolo che graffio la sintassi/ sono la rivolta che ama/ la lingua e la sciabola» (Il male), dall’altro al cristianesimo, «sono il tuo prete ateo…» arriva a dire il poeta con uno spiazzante ossimoro in Sopra una lapide. Camus, cui Bertoldo fa più volte riferimento nei suoi testi di filosofia e teoria della letteratura, ne La rivolta libertaria affermava: «Il mondo in cui vivo mi ripugna, ma mi sento solidale con le persone che vi soffrono. […] un'altra dovrebbe essere l'ambizione di tutti gli scrittori: testimoniare ed elevare un grido, ogni volta che sia possibile, nei limiti del nostro talento, a favore di coloro che, come noi, sono asserviti». Un simile ambizione è presente nella poesia indignata e corale, dal ritmo insieme epico e lirico, di Quasimodo in Giorno dopo giorno. E a Quasimodo che afferma «Sei ancora quello della pietra e della fionda» in Uomo del mio tempo fa eco il «Noi infidi rupestri» di Bertoldo in Questo è il popolo, testo dove il verso «dell’incivile carlinga di popolo» richiama il quasimodiano «uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,/ con le ali maligne», così come l’immagine «Suonano da sole le chitarre ormai» evoca alla mente, per analogia, quella delle cetre appese di Alle fronde dei salici.

Eppure, per quanto nella silloge di Bertoldo il poeta provi a configurarsi come deuteragonista e alla fine a annullarsi nel popolo, l’identificazione non è di tipo psicologico, per quanto empatica, non porta alla completa immedesimazione, in Poema del divino (il popolo è servo) dichiara infatti: «Ho civilizzato le foglie del lauro/ per poterti vedere senza ergere cattedrali». Come nel teatro epico brechtiano l’immedesimazione è funzionale allo straniamento dell’attore e, quindi, dello spettatore, che così può comprendere e partecipare al dramma, analogamente in Il popolo che sono (con i rinvii lessicali di ambito teatrale: pièce, platea, messinscena ecc.) il poeta, per etica necessità, è popolo, ma è anche «inviso dal popolo», come recita la quarta di copertina, e questo consente all’interlocutore-lettore di giungere a fine lettura con una consapevolezza nuova. La coscienza critica del destinatario attivo e compartecipe, sospesa tra scetticismo e un’esile speranza («dateci l’amplesso della speranza!» in Questa è l’Europa) che parla di azione-rivolta (per questo nella silloge abbondano i verbi), di tenerezza, amore e fratellanza, di una poesia nuova («La poesia è nuova, è un’ostia brunita come ciocco» in Questa è l’Europa), di un’altra luce, non già quella divina di dantesca ascendenza; ed ecco che il grido si fa imperativo: «strappate l’ultima maniera di essere uomini/ non è più tempo di fatuità» (Eppure eri morto). E l’imperativo è in primo luogo per il poeta, per Bertoldo «La ricerca, nello scrittore, è tutto, quanto lo è l’azione nell’uomo» (Principi di fenomenognomica, cit.), ma l’opera d’arte ha valore e bellezza solo se eticamente autentica, «poiché non c’è valore estetico senza progresso civile».  Come il teatro di Brecht è epico così questa poesia è epica, il sipario della finzione è strappato, il dramma è verità («Io che non mento di estetica/ ho delle parole il gambo pressappoco» in La firma), la natura, con la sua teoria di uccelli, piante, fiumi, mari, cieli e luna, è la scena e il tempo è il qui e ora della storia in atto (con i riferimenti alla situazione italiana, europea, alla Siria, all’Iraq e così via) e se l’avvenire pare morto, c’è bisogno «di costruire l’animalità di un passato», ma «solo il poeta risale sui versi le cateratte dei fiumi» (Questa è l’Europa).

Non si pensi, tuttavia, a una poesia astrattamente programmatica, la poesia di Il popolo che sono procede, secondo la poetica bertoldiana del «tonosimbolisomo» («nel correativo tonale è il tono a farsi latore dell’intuizione»), dalla sensazione, dalla percezione, dall’emozione, dall’intuizione; è una poesia paradigmatica, si dipana analogicamente per tropi e altre figure retoriche (metafore, metonimie, sinestesie, ossimori, antitesi ecc.) e sonoramente per allitterazioni, anafore, rime e rime interne, paranomasie, assonanze e consonanze: «Ho impaginato le mie metafore, ma erano lacrime/ lo so. Triste è il suono che sento, è la vendetta, / pulsa con un tono che è soave, lurido e soave» (Mio padre mi ha amato). E se l’andamento dialettico è confermato dall’insistenza sul contrasto colpa/perdono, la vis polemica si stempera nel canto, allora la poesia è insieme forza coatta («L’amore non sei tu ma è una voce coatta») e consolazione («invece tu sei la bocca che consola col canto» in Oltre l’amore). Nondimeno la letteratura è stata distrutta, così l’arte e la musica, il poeta è condannato, ucciso. Nella poesia Invettiva sotto una tomba etrusca, presente nella silloge Il sangue amaro (2014), Magrelli, con identica intenzione civile, secondo Romano Luperini, fa parlare il poeta non più sopra, ma sotto una tomba, da dentro, a dirne la «voce reclusa nel buio/ tra forme colorate, ma immobili per sempre/ come l’ultimo alito/ della nostra pronuncia». Allora piangere per i poeti morti è per Bertoldo La vera cultura, bisogna piangere e «…se un giorno piangerete per me/ spero che questo sia cultura». Bertoldo in modo circolare, però, riprendendo l’assunto che dà l’avvio alla silloge, il popolo che sono, conclude con l’epitaffio del poeta che vorrebbe eclissarsi rinunciando, di fronte al lettore da cui lo dividono i muri di carta del libro, alla sua vanità e forse pure all’identificazione (sapeva bene Pavese la difficoltà dell’intellettuale a essere popolo). Ora non è più il poeta-popolo a cantare, è il popolo stesso: «Non c’è ragione che si parli di me/ quando il popolo sul mio groppone/ eiacula poesie».

narrativa · Il Segnale
Simonetta Longo, L'at-trazione del treno, “Il Segnale”, anno XXXV, n. 105, ott. 2016. ISSN: 0393-9464. Racconto.  
saggistica · Pentite 2016

Simonetta Longo, "Non parole. Un gesto. Non scriverò più". L'addio come anticipazione, destino e profezia autoavverante ne Il mestiere di vivere e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi di Cesare Pavese, in “Pentèlite”, nuova serie, anno 3, n.2, Siracusa, Morrone Editore, Siracusa, 2016.  ISBN: 978-88-95936-61-1. Saggio critico.


narrativa · Il Segnale
Simonetta Longo, La pausa del metronomo, in “Il Segnale”, anno XXXV, n. 103, febbraio 2016. ISSN: 0393-9464. Racconto
narrativa · Il Segnale
Simonetta Longo, E dovevo imparare, in “Il Segnale”, anno XXXIV, n. 101, giugno 2015. ISSN: 0393-9464. Racconto
saggistica · Pentelite 2015
Tarante, canzuni all'ombra del Barocco. L'ottava siciliana nelle terre del rimorso tra Salento e Sicilia, in "Pentèlite", nuova serie, anno 2, n.1, Siracusa, Morrone Editore, 2015 
saggistica · Prefazione a silloge

Prefazione di Simonetta Longo alla silloge di Giuseppe Pettinato Come una conchiglia, Morrone Editore, Siracusa, gennaio 2015.

 

Del dialogo sinestetico nell'atto definitivo della morte non restano che poche parole e il senso di una brusca separazione, che oppone Angelo e la sua pace al dolore di chi resta, al nostro dolore. Eppure, in questo diario scomposto, in questo «puzzle» (è parola dell'autore) smontato è proprio la circolarità a restituire il significato più profondo del libro, perché il 25 giugno 2014 è sì la fine ma anche il preludio di un dialogo che deve e può ricominciare nella poesia [...]

In Come una conchiglia, tuttavia, il dialogo sinestetico padre-madre-figlio si fa atto di conoscenza, da condividere con tutti coloro che leggeranno. La poesia e le arti si dimostrano così strumenti nodali per una possibile pedagogia della morte, e se il dolore assoluto per la deprivazione del figlio non consente una completa elaborazione del lutto, esprimerlo è un atto di rivelazione e liberazione. 


(dalla quarta di copertina)

saggistica · Pentelite 2014
Simonetta Longo, Pentelite o delle cinque pietre. Con Postille, in "Pentèlite" 2014, Morrone Editore, Siracusa, mag. 2014. Contiene il testo poetico Pentelite o delle cinque pietre con le postille dell'autrice. 
Ultime dal Blog
articolo · “L’ESTERNO DE...
articolo · “S’I’ FOSSE ...
news · "IL LUOGO IN CUI L...
news · “TU NON RIUSCIVI...
articolo · “SE LA CONCENTRA...
articolo · IL SEGNALE PERCORS...
articolo · ALFRED TENNYSON E ...
Menu
Biobibliografia
Recensioni
Libri
Antologie e Riviste
Narrativa e Saggistica
Eventi e Premi
English Section
Multimedia
Contatti
Link consigliati
La Sfinge senza enigmi (blog)
Mario Buonofiglio (critica letteraria)
Poesia 2.0 (Portale poesia)
copyright · Ⓒ simonettalongo.it · riproduzione consentita con citazione della fonte.